L’erede di Hastur, Marion Zimmer Bradley

Sono passati circa 22 anni da quando, abbandonato un periodo di otto anni di scuola  privata rigorosamente cattolica, convincevo i miei genitori ad iscrivermi ad una ben meno privilegiata scuola pubblica.

Avendo passato l’intera preadolescenza a contatto con la dura disciplina impartita in una scuola cattolica di Roma Nord, dentro tra le cui mura gli ideali tipici di una certa destra italiana erano ancora fortemente sentiti, venire catapultato nella fin troppo liberale routine di un liceo artistico statale del centro storico determinò per il sottoscritto una sorta di rinascita sia intellettuale che spirituale.

I miei genitori non erano certo entusiasti della mia scelta, ma dal mio canto potevo farmi forza dimostrando una evidente tendenza all’arte e alla creatività, tendenza che oggi mi ha portato a vantare il titolo di art director nell’azienda per la quale lavoro (termine fin troppo radical chic e che personalmente non sopporto, quindi se doveste chiedermi che lavoro faccio vi risponderò semplicemente che sono un banale grafico con più esperienza degli altri).

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La scuola cattolica, Edoardo Albinati, Rizzoli. Il Premio Strega 2016 è stato vinto proprio da un autore che parla della scuola che ho frequentato prima del liceo.

Al liceo artistico una delle materie che più adoravo era la storia dell’arte. Uno degli insegnamenti che appresi tramite questa disciplina fu la capacità di scindere la qualità di un’opera dal giudizio personale sulla vita di un autore.

Così facendo, un dipinto di Kirchner o una scultura di Michelangelo dovevano poter essere giudicati senza tener conto delle tendenze sessuali di chi le ha realizzate. La conoscenza della storia  personale di un artista poteva offrire una chiave interpretativa ulteriore per lo studio delle opere e della loro genesi, ma l’impatto emotivo e qualitativo dell’opera stessa doveva prescindere dall’autore stesso.

Un esempio pratico di tale principio può essere messo in atto prendendo questo acquerello qui sotto. Nonostante un uso ottimo della prospettiva e delle ombre il tratto è pesante, le figure umane fuori proporzione, la tecnica è basilare e lontanissima dai complessi linguaggi artistici dei primi del Novecento, anno in cui è stato dipinto.

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Di certo non staremmo qui a parlarne se il suo autore non rispondesse al nome di Adolf Hitler e non fosse stato battuto all’asta insieme ad altri 14 per la cifra esorbitante di circa 100mila euro.

Scommetto che adesso guardate questo quadro bruttino con occhi diversi, ora che sapete che porta la firma di uno dei più grandi criminali della storia.  Trattasi di un classico blackout emotivo che avviene ogni qualvolta che il nostro giudizio si trova a scendere a patti con il nostro personale senso del giusto/sbagliato.

Facciamo lo stesso esempio, andando a prendere questa volta un’opera letteraria.

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Ritorno al Domani, Ron Hubbard, pubblicato in Italia da Mondadori.

Ritorno al Domani di Ron Hubbard è un ottimo romanzo di fantascienza.
Il protagonista, rilegato ad una nave che viaggia alla velocità della luce, scopre a sue spese che, nonostante la breve permanenza nello spazio, sulla Terra il tempo è avanzato di decine di anni. La relatività di Einstein è però soltanto lo sfondo per una lettura che tratta il tema della vecchiaia, dell’abbandono e della crescita personale. La sensazione di “solitudine cosmica” che l’autore riesce a trasmettere è impagabile.

Ma Hubbard non è soltanto uno dei più proficui autori della golden age sci-fi statunitense: è sopratutto il tizio che a un certo punto della sua vita decise di utilizzare la sua bravura nel descrivere pianeti sconosciuti e razze aliene per fondare un movimento religioso basato su concetti tipo “gli esseri umani sono il frutto dei crimini del governatore intergalattico Xenu vissuto 75 milioni di anni fa”.

Parliamo di Scientology, un culto che porta Hubbard ad intascare una vera e propria fortuna e lo renderà ricercato per i reati più svariati in quasi tutto l’occidente, tanto da dover letteralmente sparire dal 1980 dal 1986, anno in cui viene annunciato il suo decesso.

Eppure, nonostante un giudice nel 1984 lo definisca “un uomo che, per quanto riguarda la sua storia, il suo passato e le sue imprese, è stato letteralmente un bugiardo patologico”, Hubbard rimane uno scrittore di fantascienza davvero notevole, osannato dalle riviste pulp, oltre a detenere il Guinness per l’autore con il maggior numero di opere pubblicate al mondo.

Cosa fare allora nel momento in cui la qualità di un’opera contrasta nettamente con le scelte di vita poco condivisibili e talvolta criminali di chi gli ha dato i natali? Di certo non voglio essere io a dirvi di mettere all’indice le opere di qualcuno. Penso piuttosto che in certi casi sia necessario fare una scelta:

La prima opzione è decidere di chiudere un occhio sulle opere di una persona universalmente cattiva per puro egoismo personale, pur di non doverne fare a meno.

La seconda è dichiarare che NON vuoi in alcun modo avallare una persona che ha fatto qualcosa che ritieni sbagliato.

Spesso però la scelta non è così scontata, sopratutto quando si tratta di letture che hai adorato in passato, per poi scoprire il peggio che potessi immaginare del rispettivo autore. Nel mio caso, questo dilemma è incarnato dalla figura di Marion Zimmer Bradley.

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L’ered di Hastur, Marrion Zimmer bradley, 1975, Editrice Nord.

L’erede di Hastur è uno dei libri che vanno a comporre il famosissimo ciclo di Darkover, al quale l’autrice deve gran parte della sua popolarità, composto da circa venticinque romanzi e numerosissime antologie di racconti. Importante è sottolineare che non si tratta del primo libro della saga in ordine cronologico, ma sicuramente è un ottimo punto di partenza per chi volesse approcciarsi a questo universo, essendo un libro auto-conclusivo, oltre che stilisticamente impareggiabile.

Il primo approccio dell’autrice al mondo di Darkover infatti, risale al 1962, ma la Zimmer Bradley decise di non seguire un ordine temporale nella stesura della saga. Ne risulta che i primi libri della saga narrano eventi già distanti rispetto alle origini della storia, mentre i così detti prequel vennero redatti per lo più in tempi recenti, sotto le pressanti richieste dei fans affamati di conoscere i dettagli sui primi passi dei protagonisti.

Nell’universo creato dall’autrice, Darkover è il nome dato al quinto pianeta della stella Cottman. Qui, un gruppo di esploratori intergalattici naufraga con la propria astronave, scoprendo un pianeta perfettamente abitabile, nonostante il clima rigido, impossibilitati a ripartire a causa della distruzione di ogni sistema computerizzato durante l’atterraggio di fortuna. Si ritroveranno quindi a dover ricostruire una società ripartendo da zero, non senza sacrificio. Ma Darkover nasconde più di un segreto: uno di questi è il polline emesso da particolari fiori che, una volta trasportato dal vento, accende nella colonia la capacità di usare la telepatia.

Ebbene si, Darkover è un mondo dove la telepatia è di casa e se dapprima gli umani rischieranno di impazzire a causa dell’incapacità di gestire il loro nuovo dono, a poco a poco impereranno a padroneggiarlo grazie all’uso di speciali cristalli alieni, comunemente chiamati pietre matrici.

Anche in L’erede di Hastur la telepatia mantiene la sua centralità per tutto il corso della storia. La vicenda prende il via parecchi secoli dopo il primo sbarco sul pianeta: i coloni di Darkover ormai hanno dimenticato le proprie origini e vivono in una radicata società di tipo feudale, dominata da una complessa rete di casate nobili. L’assenza di metalli pesanti sul pianeta ha reso loro impossibile qualsiasi progresso tecnologico, motivo per il quale i darkoviani sono rimasti intrappolati in una sorta di medioevo perenne. Questo fino all’arrivo di una nuova nave esplorativa proveniente dalla Terra, ormai divenuta un impero galattico, che scopre suo malgrado un pianeta per nulla disabitato. Ai Comyn, casta dominante di Darkover, non resta che sperare che Regis Hastur, nipote del leggendario Hastur, Signore della Luce, possa in qualche modo imporre la sua autorità sui terrestri salvaguardando, così, la pace su Darkover.

La storia di Regis è però, prima di tutto, un romanzo di formazione. Prima ancora della trama, il romanzo narra la ricerca della propria identità da parte del protagonista, le pressioni sociali, le pressioni familiari e il proprio coraggio. E’ la storia dei sogni infranti di un giovane dal destino già scritto, che vorrebbe viaggiare il mondo e navigare lo spazio, mentre si ritrova ottenebrato dalle troppe auto-giustificazioni e difficoltà della vita, costretto per sempre su quel trono che controvoglia imparerà ad accettare.

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L’erede di Hastur, copertina dell’edizione originale.

E poi c’è l’amore in tutte le salse. l’amore etero, quello omosessuale, l’amore di gruppo. In un mondo dove la telepatia è di casa, in cui ogni mente vive una simbiosi perenne con quella del suo prossimo, anche il sesso non tiene più conto della mera identità di genere. Le emozioni, le sensazioni e i sentimenti sono condivisi e comuni, rendendo il legame sessuale e l’amore stesso concetti estranei dal confine dettato dall’aspetto fisico.

In Darkover c’è tanto sesso, e per ogni gusto, ma l’autrice riesce comunque a dosarlo nella maniera corretta, spesso evitando di mostrare troppo e lasciando che il lettore intuisca da se. L’amore e il suo consumarsi sono sempre ben armonizzati con la narrazione e non spezzano mai la lettura, anzi spesso si rivelano elementi necessari per approfondire la personalità dei protagonisti. Anche nelle situazioni più ardue da gestire a livello narrativo (non mancheranno momenti in cui ci ritroveremo a leggere descrizioni di vere e proprie orge), l’autrice riesce comunque a mantenere l’interesse alto.

Per rendervi l’idea, una situazione analoga in passato mi era capitata leggendo le Cronache dei Vampiri di Anne Rice, ma mentre in Darkover l’elemento sessuale è una costante a cui presto ci si abitua, in quanto parte integrata della narrazione, quello della Rice è un crescendo che via via diventa predominante nell’avanzare della saga (tanto da costringermi ad abbandonare la lettura una volta arrivato ad Armand il Vampiro, dove praticamente le scopate andavano a sostituirsi bellamente la storia).

Nonostante la componente sessuale sia quindi sempre presente all’interno della narrazione, non toglie nulla alla splendida caratterizzazione dei personaggi, talmente accurata e maniacale da rendere impossibile il non immedesimarsi con essi, non adorarli tutti, ognuno con i suoi pregi e difetti.

Almeno fino a quando non scopri alcuni particolari agghiaccianti della vita dell’autrice, e il tuo giudizio ne esce profondamente offuscato.

In effetti, sapevi che la Bradley era stata sposata in giovane età con un’altro scrittore di fantascienza accusato di molestie sessuale su minori. Sapevi anche che la Bradley stessa era stata incriminata per aver coperto le malefatte del marito. Speravi in cuor tuo che si trattasse di un errore di gioventù dettato dall’amore per quell’uomo. Almeno fino a quando la figlia Moira Greyland non ha recentemente dichiarato di essere stata vittima di abusi sessuali da parte tanto del padre quanto della madre, e di non essere stata la sola.

A quel punto le tue convinzioni crollano e ti rendi conto che dietro ognuno di quei personaggi all’interno dei libri, sempre pronti a battersi contro l’ingiustizia, si cela nient’altro che una criminale della peggior specie, autrice di una serie di atti che da sempre condanni come uomo e come padre di famiglia e per i quali saresti il primo a chiedere di reintegrare la pena di morte nel nostro sistema giuridico.

E tutto quel sesso presente nei libri, al quale avevi sempre dato un significato necessario alla narrazione e all’approfondimento dei legami tra i personaggi, ora ti appare totalmente diverso.

Non sai cosa fare, sei turbato. Guardi la fila dei libri di Darkover sul tuo scaffale e provi disagio. Avverti in bocca un sapore amaro.

Ecco che una scelta necessaria torna dunque a farsi sentire.

Scegli di essere egoista. Ti sforzi di pensare a quei romanzi come fossero separati dalla vera Bradley, macchiata di crimini indicibili anche verso i suoi stessi figli. Piuttosto preferisci pensare che siano stati scritti da una non precisata autrice che per te incarna un eccelso modello di scrittura nel mondo del fantasy e della fantascienza.

Non una persona in carne ed ossa quindi, ma una sorta di paroliere  automatico capace di generare opere dall’indiscusso valore letterario.

L’auto-convinzione diventa auto-preservazione, e continui a pensare che tutto vada bene.

L’erede di Hastur, Marrion Zimmer Bradley, 1975.

 

 

3 pensieri riguardo “L’erede di Hastur, Marion Zimmer Bradley

  1. Non è una scelta egoista, la tua. Ma di civiltà. Scindere la vita personale dell’autore dall’opera è un atto dovuto, secondo me. Non è facile, certo, sia in positivo che in negativo, ma non si può favorire davvero una crescita artistica se si rimane ancorati a una visione personalistica dell’arte. L’arte è arte e va considerata come tale, oggettivamente, senza mischiare il sacro col profano.

    Se così non fosse, allora avremmo gente che pubblica per amicizia; gente che pubblica per simpatie politiche; gente che pubblica romanzi che non valgono nulla. E infatti, purtroppo, si continua a pensare all’autore piuttosto che all’opera…

    C’è ancora chi si batte per dimostrare che Tolkien sia di destra o di sinistra. Cechov si lamentava che i lettori e le autorità lo prendessero per reazionario o per socialista a seconda dei libri che pubblicava, pensa te! Per colpa di questa mentalità, un autore incredibile come Knut Hamsun è finito nella damnatio memoriae… e a perderci è solo chi non l’ha mai letto!

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    1. Sono sostanzialmente d’accordo con tutto, E’ il sistema giuridico che dovrebbe sentenziare se una persona è buona o cattiva, ma la meritocrazia non deve essere filtrata attraverso il giudizio personale dei singoli che può portare a distorcere completamente l’operato di una persona. Il signor Ezrea Puond immagino che sappia di cosa parlo.

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