La svastica sul Sole, Philip K. Dick

Se è vero che l’e-commerce sta lentamente uccidendo i piccoli negozianti, allora io e la mia famiglia possiamo tranquillamente considerarci dei serial killer.

Complice infatti il poco tempo libero a disposizione tra me e mia moglie, unito alla buona dose di offerte presenti online, non è raro che gran parte della nostra spesa quotidiana venga acquistata tramite le piattaforme di shopping telematico più diffuse. In cima a tutte ovviamente il colosso Amazon, del quale sono un fidato servitore, che mensilmente ha il compito di rifornire la mia abitazione di pannolini, ciucci, biberon, quadrotti in cotone e traversine per fasciatoio e cialde di caffè (solo quest’ultime sono per il sottoscritto, ci tengo a specificarlo prima che qualcuno chiami i servizi sociali).

Per i più smaliziati Amazon adotta inoltre un servizio a pagamento annuale, ovvero l’Amazon Prime, che offre svariati vantaggi a prezzo vantaggioso: a partire dalle spedizioni veloci, spazio di archiviazione, videogiochi gratis (servizio in collaborazione con Twitch attivo da pochi mesi) e una piattaforma di contenuti video in streaming nota come Prime Video.

Contrariamente al suo rivale Netflix, il Prime Video non dispone di una grande gamma di contenuti. Dal lato filmico i titoli sono per la maggior parte datati e grande spazio viene dedicato al circuito indipendente (quindi, se vi piace guardare roba tipo Sharkanado e simili, sicuramente troverete pane per i vostri denti, ma sono abbastanza sicuro che esistano forme di autolesionismo qualitativamente migliori con le quali impiegare il vostro tempo).

Per quanto riguarda i serial il discorso cambia: le serie tv prodotte da Amazon sono tutte di grande qualità. Parliamo di titoli davvero notevoli come Jack Ryan (ispirata all’omonimo personaggio di Tom Clancy), American Gods (tratta dal romanzo di Neil Gaiman, autore del quale ho già parlato in questo post), Preacher (rifacimento televisivo del pluri-premiato fumetto pulp del grandissimo scrittore Garth Ennis) e ovviamente anche The Man in the High Castle.

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La svastica sul Sole, Philip K. Dick, Fanucci Editore.

Se l’autore Philip K. Dick in vita non ha certo goduto di ottima salute, lo stesso non si può dire di chi oggi detiene i diritti delle sue opere. Lo scrittore, dopo la sua scomparsa, è diventato una fonte praticamente infinita per trasposizioni cinematografiche. Nei soli ultimi 4 anni, dalle sue opere sono stati tratti un nuovo film di Blade Runner e ben tre serie TV: Minority Report, Philip K. Dick Electric Dreams e non ultimo The Man in the High Castle.

La Svastica sul sole, testo dal quale la serie The Man in the High Castle è stata tratta, è un romanzo del 1962, vincitore del Premio Hugo nell’anno successivo, ambientato in un universo alternativo in cui la Germania nazista ha effettivamente vinto la guerra. Gli Stati Uniti vengono dunque divisi equamente in tre stati corrispondenti alla costa orientale (sotto controllo tedesco), quella occidentale (controllata dai giapponesi) e gli Stati delle Montagne Rocciose, che fungono da cuscinetto tra gli altri due.

All’interno di questo contesto, appare sulla scena un “libro nel libro”, ovvero La cavalletta non si alzerà più (in originale The Grasshopper Lies Heavy), che, come in un gioco di specchi, narra le vicende del dopoguerra di una realtà alternativa in cui sono l’Impero Britannico e gli Stati Uniti a dominare il mondo. Il meta-libro in questione diventerà il filo conduttore che muoverà le gesta dei protagonisti della storia: nazisti e giapponesi intenzionati fermamente a scoprire chi si celi nei panni dell’autore, detto L’uomo nell’alto castello per l’appunto, e i personaggi sottoposti al regime che nel manoscritto cominceranno a intravedere la possibilità, e lo stimolo, per una società diversa da quella totalitaria che li circonda.

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The Man in the High Castle, cover della prima edizione in lingua originale.

Funziona? Solo a metà. Da una parte il set-up messo in scena da Dick è puramente abbozzato, lontano dai complessi avvicendamenti politici sul quale il genere ucronico ha fatto la sua fortuna. Per citare un esempio più moderno, La svastica sul sole non regge assolutamente il confronto con la saga di Invasione e Colonizzazione di Harry Turtledove, in quanto a complessità della costruzione geopolitica alternativa: ambientata agli sgoccioli della Seconda Guerra Mondiale, la storia vede contrapposti anche in questo caso la Germania, il Giappone e gli Stati Uniti in un conflitto che viene bruscamente interrotto dall’arrivo di una razza aliena intenzionata a conquistare la Terra.

Ma se in La svastica sul Sole la trama scarseggia e le vicende nel libro non vanno tanto oltre l’incipit in quarta di copertina, quello in cui invece Dick riesce egregiamente (come sempre) è la riflessione filosofica attraverso la narrazione che, grazie all’escamotage dei due romanzi contrapposti, riesce a trascinare il lettore in un gioco di universi paralleli che si escludono e si temono l’un l’altro, il primo alternativo al secondo e viceversa.

La storia diventa quindi un pretesto per dilungarsi in una lunga condanna agli americani verso l’ingerenza nelle politiche straniere, il capitalismo sfrenato, le lotte di potere ai vertici di una società arrogante e spietata che si ritorce contro di loro nella realtà distopica inventata dall’autore.

Di tutt’altra pasta è invece la serializzazione per la tv.

The Man in the High Castle già dalle prime puntate porta la storia molto avanti rispetto al romanzo, adottando soluzioni narrative totalmente inedite, pur restando fedele allo spirito dell’opera originale. A partire dalla scelta di sostituire il meta-libro La cavalletta non si alzerà più con delle pellicole filmiche. Qui infatti, L’uomo nell’alto castello non è più uno scrittore, bensì un film maker: questa soluzione è indubbiamente azzeccata per il mezzo audiovisivo, per sua natura più adatto a mostrare che a narrare.

I dialoghi all’interno della serie sono abbondanti e massicci; la caratterizzazione dei personaggi maniacale, quasi a voler andare a colmare quell’assenza di pathos di cui il libro indubbiamente soffre.

Gli attori assolutamente in stato di grazia: altissima la prova di recitazione per Rufus Sewell, che qui interpreta la parte dell’Obergruppenführer delle SS John Smith, ma anche della sua controparte nipponica,  il Ministro del Commercio Giapponese Tagomi, interpretato da uno spettacolare Cary-Hiroyuki Tagawa (interprete di Shang Tsung in quella cagata colossale del film tratto dal videogioco Mortal Combat).

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Cary-Hiroyuki Tagawa, in grandissima forma nei panni del Ministro Tagomi in The Man in the High Castle.

Tutto perfetto? Ni.

Perché se a interpretare i più alti ranghi del regime nazi-giappo c’è un cast dalle indubbie capacità interpretative, lo stesso non si può dire di quello che dovrebbe essere la controparte buona della serie, ovvero la protagonista Juliana Crain, colei che avrà il ruolo fondamentale di proteggere le pellicole dell‘Uomo nell’alto castello da mani ostili.

A svolgere il ruolo della Crain è stata scelta l’attrice francese Alexa Davalos... come si potrebbe definire tale interprete?

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Ok, l’ha detto Renè Ferretti, mica io eh!

Sul serio, la glaciale Davalos soffre di un problema noto come “assenza di mimica facciale” che la rende particolarmente inadatta a stare davanti alla macchina da presa. In più occasioni la sua mancanza di qualsivoglia espressione mi ha portato a credere che lo streaming si fosse bloccato.

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Alexa Davalos nella sua unica espressione facciale.

Prima di conoscere lei, attribuivo il primato dell’incapacità recitativa a Nicolas Cage, che comunque mi è sempre stato simpatico anche con la faccia da seppia. E invece no, la Davalos batte Cage a mani basse in quanto a cagnaggine e The Man in the High Castle purtroppo soffre moltissimo la sua presenza, tanto che nella terza stagione, quella attualmente in onda su Prime Video, le sue scene sono state drasticamente ridotte. Che gli autori si siano dati una svegliata pure loro?

Al di là quindi dell’attrice con la perenne espressione in F4 (cit.) la serie rimane comunque un piacere da guardare ed ascoltare, complice uno script veramente degno di un romanzo di alto livello.

Il Butcher quindi dice quattro!
E voi la state guardando? Vi sta piacendo?

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Un pensiero riguardo “La svastica sul Sole, Philip K. Dick

  1. Articolo che capita a fagiuolo dal momento che vorrei fortemente leggere questo titolo, scoperto grazie alla pubblicità stressante di Prime Video in tv, cosa che mi sta facendo pensare di farmi l’abbonamento.

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